Domenico Zavattero.

De monarchia. Casa Savoia... gi!

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1946. Centro delle Edizioni Germinal, Bologna.
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Questo testo  stato curato per il "Progetto Manuzio" dall'associazione culturale Liber Liber.
Il progetto, aperto a chiunque voglia collaborare, si pone come scopo la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
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ad esclusivo uso dei privi della vista.
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UN CENNO SULL'AUTORE.
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Domenico Zavattero nacque a Sanremo il 29 luglio 1875 da Giovanni e Antonia Bruno.
Compie gli studi elementari e inizia giovanissimo a lavorare, formandosi tuttavia una vasta cultura da autodidatta. Trasferitosi a Torino con la famiglia lavora come commesso presso un libraio e aderisce al socialismo. A 19 anni emigra e parte per la Turchia dove esercita il mestiere di terrazziere nellambito delle costruzioni ferroviarie.
Al suo ritorno in Italia, ad aprile 1897, la sua adesione alle posizioni libertarie e anarchiche, alle quali gi si era avvicinato fin dal 1894, diventa pi attiva e militante. Inizia fin dal mese successivo la lunga serie di arresti e la sua indefessa attivit pubblicistica che lo porta a fondare decine di periodici, a stampare opuscoli in grande quantit, nonch ad affrontare trasferimenti frequentissimi di residenza.
Muore a Ravenna il 3 aprile 1947. 
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I tre secoli precedenti nella cronologia dell'evo moderno il nostro ventesimo gi avevano menato colpi di scure formidabili al principio monarchico in generale: non solo metaforicamente - le teste di Carlo I d'Inghilterra e di Luigi Capeto di Francia sono l ad attestarlo.
Il secolo ventesimo mi ha tutta l'aria di volere far vedere ai contemporanei la cancellazione definitiva dall'"Almanacco di Gotha" e dalla faccia dell'universo fin dell'ultimo sovrano. Gli stessi re decorativi ancora sui rispettivi troni sembra non debbano troppo tardare oramai a far fagotto; altro che prepararsi a cinger corone i pochi pretendenti ancora in calor di "regnamento"! Se mai, sarebbero per essi corone di spine.
Non  pi il caso, oggi, di penetrare nell'intimo del principio monarchico onde provarne l'inconsistenza; ci poteva essere utile quando l'attaccamento spirituale ad esso era largamente diffuso ed urgeva perci scalzarlo nelle sue radici per iniziare idealmente l'opera di demolizione.
Ma oggid il principio monarchico  condannato da un pezzo: sopravvive l'istituto grazie a quel sentimento di commiserazione che si prova per gli organismi decrepiti e caduti nella balbuzie dell'infantilismo. Dovremmo dunque lasciare in pace gli agonizzanti: cosa che faremmo forse se non esistesse ancor gente smaniosa di rinverniciare il principio alla fine dei giorni suoi, per presentarcelo ancora come una utilit storica necessaria allo sviluppo ordinato e graduale dell'incalzante progresso: il quale non ha pi affatto bisogno di monarchie, ch anzi sente l'urgenza premente di sbarazzarsene.
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Analizziamolo dunque un istante codesto principio monarchico, che non sarebbe acconcio chiamare ideologico dal momento che ideologia monarchica non esiste se non nell'affaccendarsi dei monarchici oggi superstiti per giustificare a modo loro il prolungamento dell'agonia di un principio nell'oggi presente, in cui esso principio si  ridotto pi che mai uno stridentissimo anacronismo.
"Crollan troni ed imperi..." nell'universo mondo; l'Europa non ha quasi pi re, ed il nuovo prossimo suo assetto politico spazzer certamente via i relitti di un passato che fu. L'Inghilterra sola continuer forse per alcun tempo ancora a berciare il God save the King, Dio protegga il sovrano. Ma l'Inghilterra  un paese speciale, il paese delle contraddizioni e delle tradizioni medioevali, con un sistema di monarchia tutto particolare, tutto arcaico come lo  quel parruccone incipriato da museo che lo speaker inalbera in Parlamento a Westminster. La monarchia col non fa una sua politica a parte; essa  un simbolo di cosa defunta, simbolo grottesco anzichen, un'immagine veneranda che il popolino medesimo e perfino il popolaccio adorano anch'essi come da noi le stesse donnicciuole che magari non non vanno pi alla messa e sberteggiano il parroco ed il vicario onorano accora (moderne Vestali... cos cos) del moccolo perenne davanti all'effige delle cento variopinte Beate Vergini Immacolate di questa e quella Consolazione..., o disperazione che sia. Uso, costume, ambizione, moda, tutto quel che volete, ma nemmeno pi superstizione, nonch religione; abitudine inveterata, che non fa n mal n bene: cos non fa n mal n bene la dinastia del Regno Unito di Gran Bretagna, Scozia, Irlanda in partibus, ed in altri siti.
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Il mito monarchico poteva contare e valere in tempi del feudalismo, quando cio la nazione era nebulosa di un mondo in formazione, e nella necessit d'imbrigliare e tenere in soggezione la muta turbolenta dei baroni e loro vassalli occorreva l'autorit effettiva pur sempre insidiata e combattuta di un sovrano dal solido pugno.
La monarchia rispondeva allora ad una esigenza reale della situazione; ed una stessa espressione geografica che ancor non era "patria" nel senso moderno della parola, noverava nel suo territorio magari anche parecchi re. Tipica, a questo proposto, la configurazione della Francia, dove regnavano, e governavano di fatto, i piccoli monarchi, i duchi e conti di Navarra, Bretagna, Borgogna, Provenza sotto lo scettro poco pi che nominale e molto men che imponente della dinastia installata a Parigi e che faceva press'a poco centro: ora alleato, ora in conflitto con reucci e duchini periferici.
La storia di quell'epoca  la narrazione della politica francese in opera di eliminazione graduale delle Case rivali nonch di riduzione della strapotenza dei nobili in generale, a profitto del potere sovrano che si andava accentrando per raggruppare il paese tutto intorno ad un solo trono, ad una sola dinastia dal potere omogeneo: epoca della sovranit assoluta, operante, eterna secondo le sue pretese e presunzioni. Allora, monarchia significava un dominio, anzi un predominio tangibile e voleva essere incrollabile, indivisibile, unica. Il re regnava e governava solo. I ministri non erano legislatori; erano esecutori, Luigi XIV poteva dirlo, o si pot fargli dire, se  vera la contestazione del motto: Lo Stato sono Io.
Ma quando dall'influsso incalzante minaccioso del Rinascimento prima, della Rivoluzione poi, del '48 infine le Monarchie furono sospinte a mollare il poco - la Costituzione - per salvare il resto, il principio monarchico firm la propria sentenza di morte, se pur le monarchie sopravvissero. Regna il re e non governa fu la formula adottata per darla ad intendere alla capra in uno ai cavoli.
Il re costituzionale non governa pi; regna.  passato nel rango delle cariatidi; regge sulla groppa la balconata dello Stato, ma di fatto non  pi nulla, non conta pi una cicca: almeno in principio, ch di fatto  tutta un'altra storie, differente da quella del re costituzionale di Buckingham Palace.  - sempre stando al diritto - una tradizione che vegeta, una sottostruttura rappresentativa che tira a camp.
 la Nazione che governa: la Nazione a traverso dei suoi rappresentanti in Parlamento, dei suoi ministeri, del suo governo. Il re si denomina Capo dello Stato, raffigura come una comparsa lo Stato Nazione,  solo esaltato come un simbolo della compagine nazionale. Ed  tanto evanescente!
Almeno dovrebb'essere cos. Dovrebb'essere cos in diritto. In fatto poi, le cose procedono altrimenti. In diritto il re non governa pi, ma in fatto briga perennemente con la sua politica personale, quasi tutta segreta; con la sua Corte, col suo ministro della Real Casa che non  soltanto incaricato di organizzare balli feste e cerimonie; con i consiglieri suoi, con le sue camarille che lo circondano e lo circonvengono: uno staterello aristocratico nello Stato. Staterello occulto, dalla politica dinastica esclusivista, subdola, opposta agl'interessi veri e reali della Nazione, della quale la dinastia  nemica, della Nazione che la dinastia esecra e contro la quale congiura eternamente perch avendo inghiottito ma non digerito mai il boccone amarissimo della Costituzione si studia sempre di ordire gl'intrighi e favorire le situazioni che le consentano di violare la Costituzione giurata, largita - si dice - ma in realt strappatale ai tempi dell'assolutismo finalmente piegato dai vasti moti rivoluzionari europei del 1848 e ch'essa agogna di ripristinare.
Di quanto qui si assevera abbiamo almeno una prova recente: Vittorio Emanuele III, re d'Italia, costituzionale per solenne giuramento di fedelt allo Statuto accett il fascismo, anzi contribu a valorizzarlo e potenziarlo a tutto danno della Nazione con la sua Politica personale e l'ausilio della Regina Madre creatura dei reverendi Padri della Compagnia d Ges; accett il fascismo facendo strazio della Costituzione prima con l'atto iniziale di chiamare extraparlamentarmente e di sua sola iniziativa personale - vero colpetto di Stato - Benito Mussolini al potere. Lo accett nella persuasione di farsene strumento docile, supino per l'ambita instaurazione aperta e formale d'un regno assolutista... Ah, se nella sua ottusa intelligenza avesse afferrato il lato reale degl'intenti fascisti!
E fu solo quando gli eventi gli provarono che l'affare era stato affaraccio fallimentare per la dinastia che fece... quello che fece, suggeritogli dalla perfidia atavica e spergiura della sua abietta mentalit di monarca fellone.
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Che contrariamente alla formola consacrata del diritto costituzionale i re di tutte le Case e di tutte le Corti abbiano sempre continuato a governare in segreto od aver voluto governare, la cosa non corregge nulla alla realt di quel principio monarchico nel quale vi  da stupirsi che ai lumi del giorno d'oggi rimanga gente ancora attaccata s da esistere ancora partiti politici affermantisi liberali e che tuttavia si qualificano monarchici; e ci senza capire o voler capire la flagrante contraddizione dei termini.
Noi vecchi l'abbiamo conosciuto bene in pratica il liberalismo del regime monarchico dell'epoca prefascista: esso non usava la brutalit costante e dichiarata del fascismo, consentiva la libert di associazione di stampa e di riunione, ammetteva le lotte sociali a pro delle rivendicazioni operaie e tutto il resto della Carta costituzionale: ma intanto si accresceva il bagaglio delle leggi eccezionali restrittive della libert individuale, imperversavano i regolamenti di polizia e dove questi non bastavano, gli abusi e le illegalit che dal banco dei ministri venivano costantemente giustificati e sanati; le riunioni erano frequentemente vietate, la stampa continuamente sequestrata, le agitazioni sociali represse, gli scioperi stroncati con mille artifizi e con barbara violenza. Non passava settimana senza qualche eccidio, le condanne per reato di pensiero fioccavano, le carceri erano sempre affollate di condannati politici, e ci condito dalla denegazione ufficiale che si trattasse di reati politici: questi venivano dichiarati dalla magistratura reati comuni commessi a mezzo della stampa per fini politici; e cos i rei di sovversivismo dovevano attendere il processo nelle carceri giudiziarie e scontar la condanna nei reclusori, sottoposti al regine mortificante e durissimo dei delinquenti di diritto comune e nella promiscuit abietta con la peggior feccia di ogni sorta di criminali della malavita.
Era una battaglia continua da ingaggiare e continui sacrifizi da affrontare per l'affermazione e la rivendicazione di diritti pur riconosciuti e proclamati dallo Statuto del Regno. Eppure il professor Giovanni Borelli, uomo che aveva varcato da un pezzo la cinquantina, stava in qualit di capintesta sulla vetta del Partito Giovanile Liberale Monarchico, ne dirigeva il giornale ufficiale Il Rinnovamento e scorazzava per tutta Italia a conferenziare insegnando che la Monarchia era l'unico strumento per forgiare la struttura politico-economica della Nazione e per assicurare alle turbe la quintessenza della Libert, dell'Unit e del Benessere. Piglialo!
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A parte dunque che a uomini illuminati ed onesti dovrebbe bastare la constatazione degl'intrighi odiosi e dei delitti schifosi imputabili al re del loro cuore per raschiar via con nausea dall'anima loro ogni residuo di attaccamento devoto a sovrani e dinastie, il punto capitale della questione che dovrebbe con inoppugnabile eloquenza persuaderli che al giorno d'oggi oramai il meno che si possa lare  di diventare repubblicani,  il seguente:
il principio monarchico  assolutista o non . Il costituzionalismo del quale esso ha dovuto adornarsi da un secolo in qua  un non senso. Dal momento in cui il principio monarchico, essenzialmente di diritto divino come fu sempre gabellato, venne costretto a incidere su codesta definizione barocca e alla "per grazia di Dio" attaccare la codicella - bugiarda anch'essa - "e per volont della Nazione", esso ha abdicato alla sua essenza, ha annientato la sua ragion d'essere; ha perduto il suo diritto all'esistenza, ha spalancato la porta del salone del trono ai giacobini ed ai sanculotti, vi ha introdotto la corrente d'aria del principio repubblicano.
Da quel momento i monarchici si dibattono nella contraddizione di una dottrina che non professano pi, nel marasma di un mondo che non  pi il loro; s'imbragano nella palude di un compromesso balordo che non significa nulla e conta ancor meno. Ivi si dibattono e s'imbragano senza costrutto; ivi son condannati senza remissione ad affogare.
Sarebbero pi da comprendere, se non da apprezzare e giustificare, ove dichiarassero arditamente di volere il ripristino dell'assolutismo, e audacemente lavorassero a tale scopo. Ma cos come si presentano e come si esprimono, col loro costituzionalismo ed il loro liberalismo di princisbecco non intrappolano pi nessuno: le parole frasi e formole che adoperano da un secolo in qua in un vano tentativo di rabberciare e puntellare quel che vacilla si sgretola e puzza gi di cadavere hanno fatto anch'esse il loro tempo.
Aria dunque alla baracca sconquassata; aria nuova e salubre entro i ruderi crollanti del medioevo, e fuoco purificatore se occorra, per incenerirne le vestigia! L'ra nuova, che si va aprendo, e che non durer XXII anni soli, non sa pi che farsi di re.
Un re col bastone del comando nominale, con la corona di cartone macerato nel sangue, con la porpora che si ostina a voler rappresentare almeno un simbolo di regnante non governante  una caricatura di re. E noi vogliamo lacerarle le caricature; vogliamo quadri originali, vogliamo Arte, Estetica, Natura. Nulla giustifica la sopravvivenza di una cornice privata della sua tela: e ci, agli occhi e nello stesso interesse delle caste borghesi, capitalistiche, plutocratiche perfino, dovrebbe apparire come un salvagente in tempo di burrasca, per il navigante che pericola... Esse si acconciano infatti benissimo alla repubblica, e sanno fare lautamente i loro affari ed affaracci anche nel quadro delle forme politiche repubblicane. La prova ne  fatta da lungo tempo in tutte le grandi repubbliche di due continenti.
Quest' la tesi che sostengo e che propongo alla discussione. Niente presunzione da parte mia ch'essa sia inattaccabile; sofismi, cavilli da azzeccagarbugli, sgambetti curialeschi ne devono pur esistere per sostenere, non dico dimostrare, il contrario. E se fra i monarchici costituzionali e liberali oggi sopravviventi qualcuno sorger a chieder polemica in argomento, accetto battaglia.
D'una sola cosa mi raccomando: che l'eventuale competitore si faccia avanti lui a discutere, invece di mandare i reali carabinieri.
Questo perch quei benedetti benemeriti figlioli hanno una maniera intollerabile di polemizzare; ti sortono senza far motto le manette in luogo di argomenti, e mentre tu ti attendi l'apertura della tenzone col cortese dibattito, essi ti operano la chiusura d'una porta di cubicolo sul naso, e quando tu invochi il sole dell'avvenire essi te lo donano a scacchi.
E ci, siccome essi naturalmente rimangono fuori dell'uscio, senza nemmeno la distrazione per te di fare una partita.
Cos discutono - per liberali che siano - i signori carabinieri del re..., quando non ti prendono addirittura a pistolettate causa lo sparo di un innocuo razzo appena poco pi che retorico.
 Casa Savoia... gi!
Trattata sia pure con brevit laconica e superficiale la questione di principio - del principio monarchico - a noi italiani compete in particolar modo l'esame della posizione morale (meglio detto sarebbe "immorale") della dinastia sabauda, di Casa Savoia cio, nei suoi rapporti i pi prossimi a noi, con l'insieme di quelle terre che formandosi a nazione diventarono il suo regno.
Nessun bisogno di risalire i secoli in cui i Savoia erano conti e duchi; sarebbe interessante dal punto di vista atavico, poich gi a quelle epoche affioravano alla pelle di quei principotti le "qualit" che resero distinti i loro regali posteri. Sarebbe interessante dunque come studio - se si pu dire - patologico, ma di nessuna utilit per la formulazione dei nostri capi d'accusa. Contro i morti non si procede.
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Per noi, moult infedelissimi sudditi di Casa Savoia la questione oramai di ordine generale si posa nel suo doppio aspetto di principio e di fatto, cio monarchico e dinastico. Sono questi due aspetti che trattiamo nelle presenti pagine, in cui nulla si espone di peregrino, ma che per quanto ripetizione di quello che  diventato cosa corrente, e urgente da risolvere, richiede una rude schiettezza, un'assoluta chiarezza ed una vasta pubblicit.
L'ora degli infingimenti  fuggita, come quella della dilazione accordata a Cavaradossi: ma chi morr disperato non saremo noi. Senza che in questo preludio si abbia a sfiorare le argomentazioni e le accuse abbastanza sviscerate nel testo, il lettore segua con attenzione quello, e giudichi.
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La monarchia Sabauda non  un'istituzione; essa  un'ignobile camorra organizzata ai danni della Nazione;  un brulicame di parassiti sopra un corpo sano da suggere e da pestiferare. Da Cario Felice e soprattutto da Carlo Alberto in gi  mai stata altro.
Gi Vittorio Amedeo primo si era bruttato fra l'altro di sangue patriota nel 1821; Carlo Felice ne aveva continuato la politica forcaiola; Carlo Alberto, carbonaro nel suo stato larvatico di principe ereditario, una volta sul trono trad e colp a morte i suoi antichi compagni di "vendita", soffoc nel sangue ogni conato costituzionale quanto pi pot, e solo quando gli fu impossibile perseverare larg lo Statuto per paura di perdere la corona, trad ancora il regno Sardo nel 1849 a Novara, e "dai rimorsi giallo" and a crepare ad O'Porto in Portogallo. Vittorio Emanuele II aiut il padre a tradire a Novara e per tradimento fece fucilare in propria vece il generale Ramorino tradendo anche lui con l'indurlo a far da capro espiatorio col giurargli che lo avrebbe salvato con la grazia, mentre questa giunse, causa "un ritardo" ad esecuzione consumata; popolo di bastardi il Piemonte, contrappose fino all'ultimo la propria politica dinastica alla politica nazionale di Cavour, pianse quando pi non gli fu possibile sottrarsi alla "gran balossada" dell'entrata in Roma....
Umberto primo incaten l'Italia alla Germania e all'Austria costantemente sue nemiche, amb la corona d'Etiopia contro il netto volere della nazione (il duce, ora petacciato, non ha fatto altro che copiare da lui), dilapid il capitale della Banca Romana e ne fece accollare la colpa a Giolitti, ordin i massacri dei siciliani, carrarini e milanesi nel 1893-94-98 e compliment e decor i generali Heusch, Morra di Lavriano e Bava Beccaris esecutori degli ordini. Pens l'anarchico Gaetano Bresci nel 1900 a vendicare le vittime della turpitudine.
Queste, per sommi capi, le glorie dei Savoia nel secolo scorso. Chiamino pure gli storici aulici, Carlo Alberto il Magnanimo, Vittorio Emanuele Padre della Patria (senza ironia, con tutta quella smalah di figli spuri in giro), Umberto il Buono; la Storia che non si compra  l, che brandisce il marchio d'infamia.
Per Vittorio terzo lo Spiombi, le faccenduole sono infinitamente ancor pi sporche. Lo Spiombi non ha mai sostato nelle sue fatiche di numismatico che per commettere una sudiceria politico dinastica, un tradimento, uno spergiuro, una vilt. Accenniamo solo ai casi pi clamorosi.
Ne 1922 cadde tifoso per il fascismo. Gi quand'io ero ancor ragazzo era voce corrente che cos egli si esprimesse con il suo entourage: "quando sar io il re far spazzar via lo Statuto a cannonate".
Oltre a cotali promettentissime predisposizioni giovanili egli paventava che il duca d'Aosta suo amato cugino aiutato dai Fasci gli soffiasse la Corona. Ricus a Facta la firma del decreto di stato d'assedio che gi il rivale accampava a Foligno guatando col suo Stato Maggiore il momento a lui propizio; eppur si sapeva che con quattro petardi scoppiettanti sui ponti del Tevere i marc. su Roma se la sarebbero data a tutte gambe imbrattando le mutandine con enorme sollazzo e benefizio di tutte le "bugadere" di tutte le provincie dell'Italia madre di eroi. "Inutil fiat stringer culatte quando cacherella fuget...", gi insegnava Merlin Coccai nel suo latino maccheronico. Chiam Malito al Governo essendosi immaginato di farne il proprio complice e di dominarlo; quando il mesto Aventino ebbe il tremendo coraggio di portargli in deputazione la protesta scritta contro l'assassinio di Matteotti assicur che l'avrebbe passata al suo Primo Ministro (l'avr afferrata l'Aventino pi mesto che mai, la beffarda ironia!?); poi avall il medesimo assassinio largendo amnistia ai rei confessi, quasi subito dopo la gi mitissima condanna; qualche anno dopo si ricord della fregola di babbo e si diede a strepitare "voio antola, voio antola la Corona, voio antola la Carogna di Etiopia!..." come nel "Corriere dei Piccoli" strepitava Cirillino reclamando il cavalluccio di carta pesta. Volle quello in compenso di tutto quanto aveva ceduto al fascismo, cedeva ancora e sempre cedette: tradimento del Paese; violazioni dello Statuto; strappi continuati alla suddetta Carta Costituzionale del Regno perfin nell'ordine della successione al trono; il famigerato patto del Laterano ("a Roma ci siamo e ci resteremo - Roma conquista intangibile") col quale venivano consegnate le terre d'Italia e coscienza ed educazione morale degl'italiani, al Vaticano in baratto dell'influenza religiosa dei papi e della tenebrosa Compagnia di Ges al potere nefando dell'"uomo inviato dalla, provvidenza" e della turba dei torvi suoi sicari i quali tutti avevano sulla coscienza gli affronti mortificanti e per i credenti "sacrileghi", al "papa brianzolo", l'assassinio del parroco d'Argenta don Minzoni e diecine d'altri men noti ma altrettanto efferati; la guerra d'Africa dov'era "divertentissimo" - come faceva stampare nei giornali Mussolini junior - assistere dall'alto del bombardiere alla fuga disperata delle donne e dei bimbi abissini scacciati dai tucul sotto la mitraglia ed i gas asfissianti "come immensi sciami di brulicanti formiconi"; l'adesione all'Asse che vendeva e incatenava il Paese alla Tedeschia nazista dall'orribile grifo di megera e lo avviava alla totale rovina; la partecipazione al garottamento della Spagna popolana insorta generosa e ardente contro l'abbominevole aggressione proditoria di Franco spergiuro e della sua abietta Falange innominabile; l'entrata nel mostruoso bagno di sangue che dal 1939 al 1945 ha sommerso l'universo in una tragedia apocalittica di devastazione irreparabile e di lutti inenarrabili il cui ricordo dalle pagine della Storia, anche se essa durasse in eterno, non si canceller mai.
Solo quando fu chiaro che l'Italia andava diritto e senza remissione alla catastrofe e - la sola ed unica sventura che lo angustiasse - con l'Italia la sorte della nobilissima dinastia, trad con sbalorditivo candore a lor volta i degnissimi compari del d prima, fece affondare l'artiglio poliziesco nel colletto di Mussolini, cos, come ad un ladruncolo sorpreso in anticamera a frugacchiare intorno all'attaccapanni. Poco dopo trad un'ennesima volta (e sar l'ultima!?...) la comare Germania alleata ed intimamente amica, e senza la menoma preoccupazione al mondo, in luogo di assumere l'atteggiamento di chi tiene alla propria dignit regale ed umana si prese le gambette in spalla, pari in ci al monello che lanciata la palla di neve nel tubino del passante scappa veloce per salvarsi dagli scapaccioni.
Ecco in scorcio la figura morale di codesto figuro immorale della dinastia sabauda nel suo pieno, di colui che ne sar stato l'ultimo re.
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Eppure  saltato fuori ultimamente Ivanohe (mica l'eroe di Walter Scott, oh'nno!)  saltato fuori dalla lista elettorale fascista della Casa col Campicello - vedi elezioni dei 1921 - e dall'onta della fornitura di armi agli squadristi di quel tempo, per gettare tra i piedi della meschinella Italietta il superbo e seducente rampollo reale in qualit di don Giovanni Luogolasciante del Ragno, devastatore indefesso, fesso, fesso di cuor e di f..., di femmine; l'unica dote che gli sia stata senza contesto riconosciuta finora.
Il giochetto  chiaro come buon giorno; non appena gli affarucci in corso si fossero pi o meno arrangiati, pap metterebbe di nuovo da parte le sue monete (oh le monete, antiche e contemporanee, sa metterle da parte l'ingordo, andate l!) il Luogocomodo ritornerebbe ai suoi trastulli erotici, e lo Spiombi birbone senza neppur un'ombra di rimorso n giallo n verde riprenderebbe il proprio posterello dorato, se anche amplissimamente scornificato. E l'Italia sarebbe ancora una volta fregata.
Non altrimenti fa lo scribacchino di una Impresa delle pompe funebri dopo di aver messo eppoi congedato un supplente al proprio tavolino quando si vuol godere un supplemento di vacanzette fuori turno.
La situazione del vice-reuccio non importa, come non importa la sua personcina; essa  talmente insignificante, talmente nulla! Se anche diventasse re, probabile che sarebbe e rimarrebbe sempre un re travicello; un re a sessantanove gradi setto zero, se non a sedici. E se giova ricordare oggi il vaticinio sgorgato in un lontano giorno dalla improvvisazione oratoria di un tribuno popolare di nostra conoscenza nell'occasione appunto della venuta al mondo di codesta nullit caricaturale fatta persona, non  certo per porre un veto assoluto alla eventuale incoronazione di un cosino rimasto minorenne a fin di far posto ad un altro.  invece per il fatto che di anacronismi storici nel mondo moderno non ne sopportiamo pi; di nessun genere, individuale o dinastico. E vogliamo fin d'ora incominciare a sopprimerne uno.
Il turno degli altri verr prestissimo.
Stiamo dunque un po' a vedere adesso se questa volta quei tali terribilissimi flagelli di troni di corone di porpore e di tutte le altre pagliacciate e furfanterie della medesima risma che infestano ed appestano le itale terre, minacciando terremoti politici e sociali soltanto a parole lascieranno ancor fare: se tollereranno cio che monarchi in pericolo e ministri in foia di terranovismo pervengano a consumare la truffa dinastica che stanno meditando. Per conto nostro, per conto di tutti quanti possiedono anima e coscienza, buon senso e dignit di uomini, la risoluzione di opporsi alla effettuazione del trucco indegno  presa. Per tutti noi la parola d'ordine che deve diffondersi vibrante, la prima in ogni pi riposto cantuccio d'Italia col suo fremito foriero di altri ancora pi importanti e decisivi eventi ha da essere:
Basta coi ciurmadori e coi loro ciarpami: la monarchia, gi.
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FINE.